“Ho donato i miei ovuli, ma non l’ho fatto per soldi”
Inviato: 12 mar 2015, 09:17
Roma, una 22enne universitaria: “E’ stato un gesto di solidarietà”. Scoppia subito la polemica sul “rimborso spese” alle giovani
Camilla T. , 22 anni, è al terzo anno di università, cammina elegante e fiera come una modella sfoggiando un mix di capi griffati abbinati ad altri più economici della grande distribuzione. Cela lo sguardo dietro occhiali scuri molto fashion che toglie solo per rispondere a un whatsapp del fidanzato, studente pure lui, dopo di che spegne lo smartphone e incomincia a parlare.
«Sì, faccio parte anche io del gruppo di ragazze che hanno donato gli ovociti, per aiutare le donne sterili in cura alla clinica Alma Res Fertility. Perché l’ho fatto? Volevo rendermi utile, volevo aiutare chi vuole diventare mamma e da sola non ce la fa». Camilla ha una solida famiglia alle spalle che le mantiene gli studi e la piccola utilitaria parcheggiata poco distante dall’università. «Io arrotondo anche con un lavoretto part-time - prosegue - la donazione non l’ho certo vissuta come un lavoro, ma come un’opera di bene, appunto. Tanto più che il guadagno è stato giusto un rimborso spese».
Sufficiente in realtà a scatenare già un mare di polemiche, un esposto in procura e un’interpellanza parlamentare da parte della vicepresidente della commissione Affari Sociali, Eugenia Roccella. Ma il direttore del centro, il professor Pasquale Bilotta si dice tranquillo: «La clinica ha una convenzione con una università romana per l’effettuazione di controlli ginecologici alle studentesse. Sono in tutto 600 e abbiamo prospettato loro la possibilità della donazione di ovociti e una sessantina si è detta disponibile. Alcune hanno già intrapreso il percorso e altre lo faranno, spinte da una motivazione umana e di solidarietà».
Il «percorso» ce lo racconta Camilla che non nasconde l’emozione per «l’avventura di cui sono stata protagonista. I miei gameti non sono quelli dei due gemelli nati alcuni giorni fa, la signora a cui li ho donati deve ancora partorire e ovviamente non saprà mai chi sono perché così prevede la legge e così mi sembra giusto che sia, ma certo non dimenticherò l’impegno che ho profuso affinché tutto andasse a buon fine».
Camilla T. , 22 anni, è al terzo anno di università, cammina elegante e fiera come una modella sfoggiando un mix di capi griffati abbinati ad altri più economici della grande distribuzione. Cela lo sguardo dietro occhiali scuri molto fashion che toglie solo per rispondere a un whatsapp del fidanzato, studente pure lui, dopo di che spegne lo smartphone e incomincia a parlare.
«Sì, faccio parte anche io del gruppo di ragazze che hanno donato gli ovociti, per aiutare le donne sterili in cura alla clinica Alma Res Fertility. Perché l’ho fatto? Volevo rendermi utile, volevo aiutare chi vuole diventare mamma e da sola non ce la fa». Camilla ha una solida famiglia alle spalle che le mantiene gli studi e la piccola utilitaria parcheggiata poco distante dall’università. «Io arrotondo anche con un lavoretto part-time - prosegue - la donazione non l’ho certo vissuta come un lavoro, ma come un’opera di bene, appunto. Tanto più che il guadagno è stato giusto un rimborso spese».
Sufficiente in realtà a scatenare già un mare di polemiche, un esposto in procura e un’interpellanza parlamentare da parte della vicepresidente della commissione Affari Sociali, Eugenia Roccella. Ma il direttore del centro, il professor Pasquale Bilotta si dice tranquillo: «La clinica ha una convenzione con una università romana per l’effettuazione di controlli ginecologici alle studentesse. Sono in tutto 600 e abbiamo prospettato loro la possibilità della donazione di ovociti e una sessantina si è detta disponibile. Alcune hanno già intrapreso il percorso e altre lo faranno, spinte da una motivazione umana e di solidarietà».
Il «percorso» ce lo racconta Camilla che non nasconde l’emozione per «l’avventura di cui sono stata protagonista. I miei gameti non sono quelli dei due gemelli nati alcuni giorni fa, la signora a cui li ho donati deve ancora partorire e ovviamente non saprà mai chi sono perché così prevede la legge e così mi sembra giusto che sia, ma certo non dimenticherò l’impegno che ho profuso affinché tutto andasse a buon fine».