Citomegalovirus (CMV) in gravidanza, 10 cose da sapere
Inviato: 26 mar 2016, 21:39
Il Citomegalovirus (CMV) è un virus molto comune appartenente alla famiglia degli herpes virus. Se si contrae in gravidanza, le probabilità che il bebè sia contagiato sono basse ma, se questo avviene, i rischi per il nascituro potrebbero essere seri. I consigli per la prevenzione
1) Che cos’è il Citomegalovirus?
Il Citomegalovirus (CMV) è un virus molto comune appartenente alla famiglia degli herpes virus (come la varicella, l’herpes labiale o il virus della mononucleosi). Negli adulti e nei bambini che contraggono autonomamente l'infezione, i sintomi sono in genere lievi e generici, per esempio febbre, stanchezza, mal di gola, tanto che spesso non ci si accorge nemmeno della malattia.
Il virus, però, può essere molto pericoloso se contratto in gravidanza, perché in questo caso può passare al feto, con conseguenze che possono essere anche gravi.
2) L'infezione in gravidanza
“Se la donna contrae per la prima volta il virus durante la gravidanza, c’è il rischio che anche il feto venga contagiato e si parla in questo caso di infezione congenita” sottolinea Irene Cetin, responsabile dell’Unità operativa di ostetricia e ginecologia presso l’Ospedale Luigi Sacco di Milano e professore dell'Università di Milano. In questo caso, il rischio di trasmissione al feto varia dal 30 al 40%. Significa che su dieci bambini di mamme che contraggono il CMV durante la gravidanza, 3 o 4 lo contraggono a loro volta.
Ma attenzione: anche se il feto ha contratto il virus, non è detto che manifesti delle conseguenze, a breve o a lungo termine. “Solo 2 o 3 feti su 10 con infezione congenita riporteranno delle conseguenze" spiega Cetin.
Il problema è che, per quanto rare, queste conseguenze possono essere piuttosto serie. Spiega Cetin: “Possono riguardare il sistema nervoso centrale con malformazioni visibili anche in ecografia, oppure possono provocare ritardo mentale, sordità congenita, corioretinite (una patologia della retina che provoca cecità): tutte condizioni che non sono diagnosticabili in utero e delle quali ci si accorge solo dopo la nascita del piccolo, a volte anche mesi o anni dopo”.
La probabilità che un bambino con CMV congenito manifesti una di queste disabilità è maggiore se già da neonato aveva mostrato dei sintomi. Per fortuna, l’85-90% dei neonati con infezione congenita è asintomatico e solo il 10-15% circa di questi bambini mostra sintomi alla nascita, in particolare problemi al fegato, alla milza, ai polmoni, oppure convulsioni.
3) Come si fa a sapere se si è contratto il CMV?
Per sapere se si è già contratto il CMV basta fare un esame del sangue, che ricerca la presenza degli anticorpi specifici (detti immunoglobuline) contro il virus. In particolare, si cercano due tipi di immunoglobuline:
le IgM sono le immunoglobuline che si formano quando c’è un’infezione acuta in corso, quindi segnalano che la malattia è in atto.
le IgG sono le immunoglobuline della ‘memoria’ dell’infezione: se risultano positive, vuol dire che la malattia è stata contratta in passato e quindi l’organismo ha sviluppato gli anticorpi.
4) CMV: come leggere i risultati del test
- IgM e IgG negative (cioè inferiori ai valori di riferimento indicati dal laboratorio): vuol dire che la donna non ha mai contratto l’infezione. Questo significa che dovrebbe prestare attenzione a certe norme igieniche di prevenzione, soprattutto se ha contatti frequenti con bambini piccoli, più soggetti ad ammalarsi.
- IgM negative e IgG positive: vuol dire che la donna ha già contratto il CMV in passato ma non ha un’infezione in corso. È il caso più rassicurante poiché, se anche la donna dovesse infettarsi nuovamente, si tratterebbe di un’infezione secondaria, che è molto meno pericolosa rispetto a quella primaria (cioè contratta per la prima volta in gravidanza).
- IgM positive e IgG negative: sta ad indicare che la donna non aveva mai contratto l’infezione in passato, ma che in questo momento l’infezione è in corso. È un’evenienza rara, poiché significherebbe che si è fatto l’esame proprio nel momento iniziale dell’infezione, quando le IgG non hanno ancora fatto in tempo ad attivarsi. Ma è anche l’evenienza più rischiosa, poiché vuol dire che si tratta di sicuro di un’infezione molto recente. In questo caso, però, il test va ripetuto in un centro specializzato che utilizzi metodi di analisi più sensibili (almeno un ospedale di secondo livello), per confermare davvero la positività delle IgM. “Può succedere che donne risultate positive a un test eseguito in un normale laboratorio siano poi risultate negative a un test eseguito in una struttura più adeguata” spiega Irene Cetin.
1) Che cos’è il Citomegalovirus?
Il Citomegalovirus (CMV) è un virus molto comune appartenente alla famiglia degli herpes virus (come la varicella, l’herpes labiale o il virus della mononucleosi). Negli adulti e nei bambini che contraggono autonomamente l'infezione, i sintomi sono in genere lievi e generici, per esempio febbre, stanchezza, mal di gola, tanto che spesso non ci si accorge nemmeno della malattia.
Il virus, però, può essere molto pericoloso se contratto in gravidanza, perché in questo caso può passare al feto, con conseguenze che possono essere anche gravi.
2) L'infezione in gravidanza
“Se la donna contrae per la prima volta il virus durante la gravidanza, c’è il rischio che anche il feto venga contagiato e si parla in questo caso di infezione congenita” sottolinea Irene Cetin, responsabile dell’Unità operativa di ostetricia e ginecologia presso l’Ospedale Luigi Sacco di Milano e professore dell'Università di Milano. In questo caso, il rischio di trasmissione al feto varia dal 30 al 40%. Significa che su dieci bambini di mamme che contraggono il CMV durante la gravidanza, 3 o 4 lo contraggono a loro volta.
Ma attenzione: anche se il feto ha contratto il virus, non è detto che manifesti delle conseguenze, a breve o a lungo termine. “Solo 2 o 3 feti su 10 con infezione congenita riporteranno delle conseguenze" spiega Cetin.
Il problema è che, per quanto rare, queste conseguenze possono essere piuttosto serie. Spiega Cetin: “Possono riguardare il sistema nervoso centrale con malformazioni visibili anche in ecografia, oppure possono provocare ritardo mentale, sordità congenita, corioretinite (una patologia della retina che provoca cecità): tutte condizioni che non sono diagnosticabili in utero e delle quali ci si accorge solo dopo la nascita del piccolo, a volte anche mesi o anni dopo”.
La probabilità che un bambino con CMV congenito manifesti una di queste disabilità è maggiore se già da neonato aveva mostrato dei sintomi. Per fortuna, l’85-90% dei neonati con infezione congenita è asintomatico e solo il 10-15% circa di questi bambini mostra sintomi alla nascita, in particolare problemi al fegato, alla milza, ai polmoni, oppure convulsioni.
3) Come si fa a sapere se si è contratto il CMV?
Per sapere se si è già contratto il CMV basta fare un esame del sangue, che ricerca la presenza degli anticorpi specifici (detti immunoglobuline) contro il virus. In particolare, si cercano due tipi di immunoglobuline:
le IgM sono le immunoglobuline che si formano quando c’è un’infezione acuta in corso, quindi segnalano che la malattia è in atto.
le IgG sono le immunoglobuline della ‘memoria’ dell’infezione: se risultano positive, vuol dire che la malattia è stata contratta in passato e quindi l’organismo ha sviluppato gli anticorpi.
4) CMV: come leggere i risultati del test
- IgM e IgG negative (cioè inferiori ai valori di riferimento indicati dal laboratorio): vuol dire che la donna non ha mai contratto l’infezione. Questo significa che dovrebbe prestare attenzione a certe norme igieniche di prevenzione, soprattutto se ha contatti frequenti con bambini piccoli, più soggetti ad ammalarsi.
- IgM negative e IgG positive: vuol dire che la donna ha già contratto il CMV in passato ma non ha un’infezione in corso. È il caso più rassicurante poiché, se anche la donna dovesse infettarsi nuovamente, si tratterebbe di un’infezione secondaria, che è molto meno pericolosa rispetto a quella primaria (cioè contratta per la prima volta in gravidanza).
- IgM positive e IgG negative: sta ad indicare che la donna non aveva mai contratto l’infezione in passato, ma che in questo momento l’infezione è in corso. È un’evenienza rara, poiché significherebbe che si è fatto l’esame proprio nel momento iniziale dell’infezione, quando le IgG non hanno ancora fatto in tempo ad attivarsi. Ma è anche l’evenienza più rischiosa, poiché vuol dire che si tratta di sicuro di un’infezione molto recente. In questo caso, però, il test va ripetuto in un centro specializzato che utilizzi metodi di analisi più sensibili (almeno un ospedale di secondo livello), per confermare davvero la positività delle IgM. “Può succedere che donne risultate positive a un test eseguito in un normale laboratorio siano poi risultate negative a un test eseguito in una struttura più adeguata” spiega Irene Cetin.