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Baby81
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Re: ARTICOLI & NEWS

Messaggio da Baby81 »

Procreazione assistita, l'età della donna rimane la barriera più difficile da superare
L'Italia ha il record di età delle donne che provano la procreazione assistita. «Ma dopo i quarantadue anni è pura casualità: ci troviamo di fronte a un limite oggettivo» spiega la biologa
Dodicimila e 836 “mio!” che non sarebbero mai stati pronunciati altrimenti. Nel 2015 i bambini nati usando percorsi di procreazione medicalmente assistita (Pma) in Italia sono stati, appunto, 12.836, ovvero il 2,6 per cento del totale dei nati nel paese, in aumento di circa 100 culle rispetto all’anno precedente.

Le coppie che hanno avviato un trattamento sono state nel corso dell’anno 74.292, per un totale di 95.110 cicli iniziati in uno dei 366 centri attivi in Italia, sebbene a garantire le tecniche omologhe in vitro, tendenzialmente 
le più utilizzate, sono in tutto 178 strutture, di cui 98 completamente private, 61 pubbliche, 19 private convenzionate - anche se meno numerosi, i centri pubblici lavorano però di più: il 63,4 per cento dei cicli infatti si effettua all’interno del Servizio sanitario nazionale. 
La fecondazione eterologa, invece, possibile solo dopo che una sentenza ha di nuovo sollevato un divieto 
della legge 40 del 2004, ha riguardato 2.800 tentativi, 
di cui 601, più del 20 per cento, andati a buon fine.

L'assurda legge italiana: così gli embrioni conservati restano nel limbo per sempre
La norma impone la conservazione degli ovuli fecondati ma non trasferiti nell'utero. Che possono rimanere sospesi in eterno. Ma ora c'è chi chiede la possibilità di scegliere
Le percentuali di successo della fecondazione omologa (l’unica sulla quale si può effettivamente tracciare un confronto decennale), mostra percentuali di fatto costanti dal 2005 ad oggi: sono al 10,5 per cento per l’inseminazione semplice, al 18,2 per cento per quelle 
in provetta, dette di secondo e terzo livello, Fivet o Icsi, 
a seconda della procedura scelta per l’inseminazione.

Perché le percentuali rimangono costanti nonostante 
le conoscenze mediche e le capacità dei centri continuino a aumentare? La risposta va in parte cercata in uno degli elementi più importanti da considerare quando si parla 
di procreazione, e quindi di fertilità: l’età.

«Spesso arrivano donne che ci portano gli esempi di attrici quarantacinquenni con un neonato in braccio», racconta 
la biologa del centro Pma del Policlinico di Milano, Liliana Restelli: «Ma dopo i quarantadue anni è pura casualità. È come se accadesse facendo l’amore con il partner. La medicina può aiutare, certo. Oggi riusciamo ad esempio ad estrarre spermatozoi vitali, magari impiegando anche due ore e mezza per individuarli. Ma l’età è un limite oggettivo. Che non possiamo pensare 
di scavalcare con l’aiuto della procreazione assistita».

E l’Italia ha un record per età delle donne al primo accesso in una struttura di Pma, come ricordava di recente anche Repubblica in uno speciale sulla fertilità: 36,7 anni per le tecniche omologhe a fresco, quando i dati più recenti pubblicati del registro europeo danno un’età media di 34,7 anni. E aumentano le donne con più 
di 40 anni che accedono a queste tecniche: nel 2015 sono state il 33,7 per cento, quando erano il 20,7 per cento nel 2005.

«Nella fecondazione eterologa l’età della donna è maggiore se la donazione è di ovociti (41,5 anni) e minore se la donazione è di seme (35,3)», si legge nella relazione dell’Istituto superiore di sanità presentata il 30 giugno: «E la maggiore età di chi accede alla “eterologa femminile” sembra indicare che questa tecnica sia scelta soprattutto per infertilità fisiologica, dovuta appunto all’età della donna, e non patologica». Insomma, che 
la fecondazione in vitro sia “un’ultima spiaggia” in cui 
si cerca un sogno arrivato forse troppo tardi rispetto 
ai tempi biologici dell’essere umano.

Questa la fotografia della prassi clinica. Poi, restano 
le prospettive della legge. Perché se da una parte molti divieti sono caduti, dall’altra - come ricorda uno speciale sui diritti nell’Unione Europea pubblicato da l’Espresso online nell’anniversario dei 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma - la legislazione italiana continua a essere più restrittiva rispetto a quelle di altri paesi dell’Unione europea. Continuiamo ad esempio a importare staminali embrionali per la ricerca dall’estero, perché è vietato farlo nel nostro paese. Per non parlare delle scelte politiche legate alla procreazione assistita, dal 2004 e ancora oggi accessibile nel nostro paese solo alle coppie 
e non alle donne single.

Fino ai tanti silenzi. Come quelli ricordati in queste pagine sugli embrioni crioconservati non idonei al trasferimento 
e finiti nel dimenticatoio.
qiara
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Re: ARTICOLI & NEWS

Messaggio da qiara »

Fecondazione assistita: flop dei centri italiani, più interventi all’estero
I figli della fecondazione eterologa made in Italy sono per almeno metà stranieri. Più precisamente danesi, cechi, greci, spagnoli e svizzeri. Il perché è presto detto: dai dati della Relazione annuale sullo stato di attuazione della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, trasmessa dal ministero della Salute al Parlamento, importiamo dall’estero ben il 95% degli ovociti, il 75% del liquido seminale e una quota significativa di cicli è effettuata con embrioni formati all’estero. Nei fatti, nonostante la fecondazione eterologa sia stata «sdoganata» da una sentenza della Corte Costituzionale ormai da 4 anni, il nostro paese non è affatto organizzato a far fronte alla richiesta delle coppie, in costante aumento.

COSTI ALTI E POCHE CERTEZZE
Il problema principale sono i donatori italiani, troppo pochi. Per questo si fa ancora ricorso alle banche estere con costi elevati e poche certezze sulla qualità del materiale biologico importato. A lanciare l’allarme è stata la Società Italiana della Riproduzione Umana (Siru), i cui membri fanno parte del board del progetto ACQuOS (Audit Control Quality Oocyte and Spermatozoa). Lo scopo dell’iniziativa è quello di attuare una valutazione indipendente dei gameti importati in Italia dalle banche estere nell’ambito della fecondazione eterologa. «La sicurezza delle coppie che devono ricorrere alla donazione di gameti - spiega Antonino Guglielmino, ginecologo e presidente della Siru - è una delle priorità della nostra società scientifica. Per questo motivo, in seguito al rilevamento di alcune criticità evidenziate da diversi organi competenti e in collaborazione con gli organi ispettivi di sicurezza, la Siru ha dato il via a questa operazione i cui primi risultati saranno presentati in occasione del prossimo Congresso nazionale Siru, che si svolgerà il prossimo autunno a Catania».

I requisiti di sicurezza e qualità stabiliti dalle normative europee saranno oggetto principale dell’audit promosso dal progetto ACQuOS, che inizialmente partirà dal 1 aprile su due banche greche e tre spagnole per poi allargarsi ad altri centri esteri. Nello specifico, obiettivo dell’audit sarà la verifica di diversi criteri, tra i quali: le procedure di selezione delle donatrici e dei donatori, le procedure per il recupero dei gameti maschili e femminili, la tracciabilità, i requisiti ambientali e della strumentazione, i criteri di stoccaggio (qualità e sicurezza), e le modalità di trasporto dei gameti e embrioni.

La questione non è solo di sicurezza, ma anche economica. «Un ciclo di fecondazione eterologa che utilizza ovociti donati - spiega Guglielmino - ha un costo che si aggira intorno ai 5-6 mila euro. La metà di questa spesa dipende dall’ovocita che viene importato».

Nel 2016, secondo i dati preliminari del ministero della Salute, le importazioni di ovociti sono raddoppiate, così come sono aumentate le richieste per la fecondazione eterologa. Sono state registrate importazioni di 6.379 criocontenitori di ovociti (ogni criocontenitore contiene 6/7 ovociti) a fronte dei 3.304 registrate l’anno prima. Per quanto riguarda i criocontenitori contenenti liquido seminale nel 2016 ne sono stati importati 3.167, a fronte dei 1982 dell’anno precedente. In aumento anche l’importazione di embrioni (ogni criocontenitore contiene 1-2 embrioni): dai 744 registrati nel 2015 ai 2.877 nel 2016.

METTERE IN MOTO IL SISTEMA
«L’insufficienza di donatori nel nostro paese è connessa a diversi fattori, in parte legati alla volontarietà dell’atto ma anche collegati alla mancanza di una cultura della donazione», spiega Guglielmino, secondo il quale per incoraggiare la donazione, è importante sensibilizzare l’opinione pubblica con campagne informative sulla donazione. Non solo. «Occorre - continua l’esperto - costruire e mettere in moto l’intero sistema. A cominciare dalle regioni che dovrebbero iniziare ad attrezzarsi con delle banche, come ha già fatto il Friuli Venezia Giulia, la Toscana e come si sta organizzando la Lombardia. E poi bisognerebbe fare chiarezza sui costi delle donazioni di ovociti: chi paga gli esami, i farmaci e le procedure necessarie?».
felina
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Iscritto il: 08 giu 2017, 22:09

Re: ARTICOLI & NEWS

Messaggio da felina »

Dieta mediterranea utile anche nella PMA
Questo messaggio positivo ci viene suggerito da una ricerca, appena pubblica sulla rivista “Human Reproduction”, condotta da alcuni ricercatori dell’Università di Atene.

Da questo lavoro emergerebbe che, oltre all’età e ad eventuali e possibili problematiche ambientali negative, anche l’alimentazione, cioè cosa si mangia, è un fattore capace di giocare un ruolo importante e non secondario per avere una gravidanza e la nascita un bimbo sano, anche quando si deve ricorrere ad una tecnica di fecondazione assistita.
La ricerca in questione ha valutato 244 donne greche, non obese, con un’età compresa tra i 22 e i 41 anni, e che per la prima volta, presso un Centro di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), avevano avuto un’indicazione verso l’utilizzo di una tecnica di fecondazione in vitro.

A questo punto è stata valutata la loro dieta, prima del trattamento di fecondazione in vitro, tramite un questionario vidimato.

Venivano poi valutati e messi in relazione i risultati ottenuti (caratteristiche degli ovociti, fertilizzazioni ovocitarie, impianti, gravidanze e bimbi effettivamente nati) con il tipo di dieta che veniva tenuta dalle donne coinvolte nella ricerca.
In sintesi si è giunti ad osservare che le pazienti che aveva una alimentazione molto vicina alla classica dieta mediterranea (consumo di legumi, vegetali, frutta secca, farine integrali ed altro ancora), avevano più possibilità e probabilità di ottenere un successo anche con il ricorso di tecniche di riproduzione assistita (FIVET, ICSI); questo dato è risultato ancor più significativo soprattutto tra le donne di età inferiore ai 35 anni, con una probabilità di 2,7 volte superiore di raggiungere una gravidanza clinica e la nascita di un bambino sano rispetto a chi teneva una dieta squilibrata e non aderente alla classica dieta mediterranea.

I risultati di questo lavoro indicano che una dieta sana, in particolare la dieta mediterranea, è uno dei fattori che può aumentare le probabilità di successo anche quando si ricorre alle tecniche di riproduzione assistita.
reika
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Re: ARTICOLI & NEWS

Messaggio da reika »

Fecondazione: autorita’ Usa, giusto pagare donatrici ovuli
Roma, 14 mar. (AdnKronos Salute) – “E’ eticamente giustificabile ricompensare economicamente le donne che donano i propri ovuli alle coppie infertili oppure a fini di ricerca”. E la cifra da riconoscere “dovrebbe rispecchiare il tempo e il disagio legato alla stimolazione ovarica per via farmacologica, agli screening e al recupero delle uova, piuttosto che variare a seconda del numero di ovociti ottenuti, la loro qualita’, i risultati ottenuti precedentemente con i gameti della stessa donatrice o le sue caratteristiche etniche o personali”. E’ il nuovo parere del comitato etico dell’American Society for Reproductive Medicine (Asrm), l’autorita’ d’Oltreoceano che regola la procreazione medicalmente assistita.

In Italia il tema della remunerazione delle donatrici di ovuli e’ ancora oggetto di forte dibattito, e fra gli esperti del settore molti attribuiscono a questa mancanza di regole la scarsita’ di donne disposte a sottoporsi ai trattamenti per mettere a disposizione delle coppie con problemi di infertilita’ i propri gameti. A causa di questa scarsita’ i centri italiani sono costretti ad acquistare gli ovociti da banche estere.

Ma anche negli Usa, dove la pratica e’ ormai diffusa, e’ intervenuta nuovamente l’Asrm (il parere precedente risaliva al 2007) per evidenziare alcuni principi. In primis, la necessita’ che tutte le candidate donatrici siano adeguatamente informate su tutto cio’ che comporta sottoporsi a una stimolazione ormonale, sui possibili rischi e disagi, in modo che la compensazione economica venga sempre commisurata ai problemi che a volte possono verificarsi. Ma non riconoscere una cifra in denaro – evidenzia l’autorita’ – le discriminerebbe rispetto ai donatori di sperma, che vengono sempre ricompensati per sottoporsi a pratiche non certamente invasive quanto quelle necessarie al recupero di ovociti.

Un’analisi del 1993 – ricorda l’Asrm – stimava che le donatrici di ovociti trascorrono circa 56 ore in ambiente medico fra interviste, counseling e procedure vere e proprie. E secondo questa indagine, se gli uomini ricevevano in quell’anno 25 dollari in media per la donazione di sperma, per la quale e’ necessaria circa un’ora di tempo, le donne avrebbero dovuto ricevere almeno 1.400 dollari.

Nel 2000, il pagamento medio per lo sperma e’ aumentato a 75 dollari, per cui, per le donatrici, sarebbe giustificabile un pagamento di circa 4.000 dollari. Ma – ammonisce l’autorita’ – bisogna strutturare l’entita’ del pagamento in modo che non costituisca una motivazione a se stante per sottoporsi al trattamento e, soprattutto, bisogna fornire ogni tipo di informazione, anche quelle riguardanti l’eventualita’ che il ciclo debba essere interrotto. Infine, si precisa che i medici devono sempre trattare una donatrice come qualsiasi altra paziente.
lizzy66
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Re: ARTICOLI & NEWS

Messaggio da lizzy66 »

Fecondazione eterologa, numeri raddoppiati
Le donne che utilizzano ovociti donati da altre per diventare madri sono drasticamente aumentate negli ultimi 10 anni in Inghilterra: se nel 2006 erano 1.912, nel 2016 risultano 3.924. Quasi un raddoppio, come emerge dalle stime dell'Autorità per la fecondazione e l'embriologia umana (Hfea) del Regno Unito. Ma il nostro Paese sembra non essere da meno. Per fare un raffronto con l'Italia, dove questa pratica è peraltro consentita solo dalla metà del 2014, i dati della Relazione sulla legge 40 del ministero della Salute parlano di circa 2.000 cicli effettuati con questa metodica nel 2015.

E "secondo quanto emerge dai dati dei centri aderenti alla Società italiana di fertilità e sterilità e medicina della riproduzione (Sifes-Mr), nel 2016 il numero sembra sia quasi raddoppiato. Attendiamo comunque i dati ufficiali della prossima relazione ministeriale, sulla base del registro dell'Iss", dice all'Adnkronos Salute Andrea Borini, presidente della società scientifica.

Ciò che ancora manca nel Belpaese sono le donatrici volontarie di ovociti. Per cui, per effettuare la fecondazione eterologa, i centri specializzati acquistano gameti da banche estere. Fra i motivi, la mancata 'retribuzione' delle aspiranti donatrici. La direttrice della Hfea, Sally Cheshire, ha spiegato alla Bbc che Oltremanica sta invece aumentando "la sensibilità nei confronti della donazione di ovociti, pratica cresciuta di circa un terzo nell'arco di tempo considerato". Secondo la legge inglese, le donatrici non possono essere pagate, esattamente come in Italia, ma possono ricevere un rimborso spese fino a 750 sterline a ciclo.

"In Inghilterra - prosegue Borini - le donazioni non sono anonime. Ma bisogna considerare che non è consentito importare gameti, mentre da noi, a seguito della sentenza della Consulta, questo si può fare". Ed è ciò che di fatto sta consentendo di effettuare la fecondazione eterologa, oggi nel nostro Paese.

"Anche in Italia, dunque - prosegue il presidente Sifes-Mr - sono in crescita i cicli di fecondazione assistita da ovodonazione, perché aumentano le coppie che intraprendono questa strada, dopo aver tentato senza successo con i propri gameti; è sempre più alta, poi, la quota di donne che cercano un figlio più avanti con l'età, e sempre più spesso dopo aver tentato con i propri ovociti. Con i quali, a 40-41 anni, hanno il 10% di chance di successo, contro il 40% con le uova di una donatrice sotto i 35 anni. E' evidente, però, che in Italia non essendo state fatte campagne di informazione e sensibilizzazione, esistono pochissimi centri con una certa quota di donatori di seme e ovociti, per il resto ci si affida a banche di gameti all'estero".

"Come centri privati - ricorda Borini - abbiamo cercato anche di fare delle campagne di sensibilizzazione, ma le ragazze che sono disposte a donare gli ovociti preferiscono farsi un week-end in Spagna e rientrare con qualche soldo in tasca come compenso del proprio gesto. Anche l'egg-sharing, infine, cioè la condivisione di gameti fra coppie infertili, è diventato sempre più difficile da attuare, perché è stato limitato il numero di terapie ormonali a carico dello Stato", conclude.

"Grazie all'ovodonazione", commenta Filippo Maria Ubaldi, direttore clinico del Centro Genera di Roma, "una donna di oltre 40 anni è come se, geneticamente, potesse tornare ad averne 25 o 30. E questo è davvero molto positivo. Se in questo modo si risolve il problema della bassa qualità ovocitaria, il principale ostacolo a ottenere una gravidanza, vanno però correttamente informate le donne che scelgono questa opzione e va offerta loro assistenza specializzata per quanto riguarda i rischi ostetrici, una volta che rimangono incinte".

"Ormai è noto - dice l'esperto - che le coppie italiane procrastinano sempre di più il momento in cui cercare un figlio. La donna si sente pronta dopo i 40 anni, ma i dati clinici confermano che se fino a 43 anni ci possono essere ragionevoli possibilità di raggiungere l'obiettivo, dopo non sono più ragionevoli. Il ricorso all'ovodonazione in Italia è aumentato esponenzialmente ed è un'ottima soluzione per queste aspiranti mamme. Va sempre spiegato alle pazienti che fino al I trimestre di gravidanza i rischi sono gli stessi a tutte le età, però dopo, nel corso del II e III trimestre, diventano importanti le condizioni dell'utero, l'elasticità e la vascolarizzazione dei tessuti, e possono aumentare i rischi ostetrici e il pericolo di parto pretermine, diabete gestazionale e ipertensione. Le pazienti che devono ricorrere all'ovodonazione - conclude - devono dunque essere seguite da personale ostetrico e strutture che possano fronteggiare eventuali problematiche di questo tipo".
http://www.adnkronos.com/salute/sanita/ ... 1smcK.html
lizzy66
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Re: ARTICOLI & NEWS

Messaggio da lizzy66 »

Fecondazione eterologa, in un anno +142% nuovi nati


Sempre più coppie fanno vi fanno ricorso per avere un figlio: in un anno le richieste sono più che raddoppiate, con un aumento proporzionale delle nascite

Sempre più coppie in Italia hanno avuto un figlio grazie alla fecondazione eterologa. Secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2016 c'è stato un aumento del 121% della donazione di gameti, un numero di famiglie raddoppiato rispetto all'anno precedente. I nuovi nati sono più che raddoppiati, passando dai 601 del 2015 ai 1.457 del 2016, dati che fanno segnare un +142%. Lo ha reso noto la relazione al Parlamento del ministero della Salute sull'applicazione della legge 40, quella che regola la procreazione medicalmente assistita.
I numeri del rapporto

Dei 6.247 cicli con donazione di gameti registrati nel 2016, 1.611 cicli sono stati avviati con donazione di seme (25,8%); 2.901 sono quelli che hanno richiesto la donazione di ovociti (freschi e congelati, 46,4%); 1.735 sono stati i cicli avviati con embrioni, precedentemente formati da gameti donati e crioconservati (27,8%). I cicli che hanno utilizzato seme donato importato - la cosiddetta fecondazione "eterologa maschile" - sono stati 1.369 (84,4% del totale dei cicli con donazione di seme). I cicli con ovociti importati - la "eterologa femminile" - sono stati invece 2.727, pari al 94% del totale dei cicli con donazione di ovociti.
Chi si sottopone al trattamento

Il rapporto ha messo in evidenza che i 1.500 cicli avviati con embrioni congelati provenienti da banca estera sono presumibilmente in gran parte il risultato di fecondazioni eterologhe avvenute all'estero con la seguente procedura: seme esportato dall'Italia, donazione di ovociti e loro fecondazione nel centro estero utilizzando il seme italiano esportato, successiva importazione in Italia di embrioni formati (e crioconservati) all'estero. I dati demografici mostrano che a richiedere l'eterologa femminile sono donne con un'età media di 41,4 anni, mentre per quella maschile che richiede la donazione di seme, l'età scende a 35,2 anni. L'età femminile più alta denota che l'accesso alla maternità avviene sempre più tardi e che l'acquisizione di ovociti è dovuta a fertilità fisiologica, dovuta appunto all'età della donna, e non per patologie specifiche.
Boom di richieste per il settore pubblico

Mentre si registra un incremento dei trattamenti di fecondazione eterologa, si conferma la tendenza secondo cui il maggior numero dei trattamenti di fecondazione assistita viene effettuato nei centri pubblici e privati convenzionati. Infatti, pur se i Centri Pma privati sono in numero superiore a quelli pubblici (101 contro 64), nel privato si effettuano meno cicli di trattamento. Inoltre, un consistente numero di centri Pma presenti sul territorio nazionale svolge un numero ridotto di procedure nell'arco dell'anno. Solo il 24,6% dei centri di II e III livello ha fatto più di 500 cicli, contro una media europea di centri che svolgono un'attività di più di 500 cicli (41,0% del totale).
https://tg24.sky.it/salute-e-benessere/ ... -2016.html
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