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impianto dell'embrione

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impianto dell'embrione

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L’embrione in stadio di blastocisti (vedi scheda) arriva in utero e inizia il processo di impianto. Siamo ormai al sesto giorno successivo alla fecondazione. La blastocisti crea una serie di impulsi che vengono recepiti dall’endometrio, il quale si prepara all’inizio della gravidanza.
L’impianto si svolge in più fasi.

Nella prima fase (apposizione) vediamo il contatto tra la superficie dell’endometrio e la blastocisti. In questa fase inizia la preparazione di quella che diventerà la camera gestazionale.

Nella seconda fase (adesione) avviene appunto l’adesione della parete più esterna dell’embrione e dell’endometrio. Inizia un dialogo chimico per facilitare l’impianto.

Nella fase di invasione il trofoblasto (ossia la parete esterna dell’embrione) penetra nell’endometrio.

La quarta fase è quella che completa il processo: la blastocisti si integra nell’endometrio, cercando di arrivare ai vasi sanguigni. Il corpo della mamma abbassa le sue difese immunitarie, in modo da non respingere il nuovo arrivato. Si formano i villi coriali, che poi creeranno la placenta.
A questo punto la gravidanza è ufficialmente iniziata. La fase di impianto è durata circa una settimana.

La corretta conclusione dell’impianto dipende da una molteplicità di fattori, che riguardano sia l’embrione che l’endometrio.

Anche nei concepimenti naturali non tutti gli embrioni che tornano in utero si impianteranno correttamente dando origine a una gravidanza. Una parte degli embrioni infatti presentano delle anomalie che li rendono incompatibili con una gravidanza evolutiva. Nella fecondazione assistita si cerca di superare questo problema selezionando gli embrioni morfologicamente migliori oppure impiantando embrioni in stadio di blastocisti, visto che è in questa condizione che fisiologicamente avviene l’impianto. Molti centri però ritengono che l’incremento di successi che si ottiene non sia così significativo ed in ogni caso la valutazione che si può fare, se non viene condotta una diagnosi genetica pre impianto è meramente morfologica, per cui alcune alterazioni cromosomiche potrebbero sfuggire.

L’embrione inoltre deve fuoriuscire da una membrana, detta zona pellucida, per poter aderire all’endometrio. Nei cicli di fecondazione in vitro è possibile “aiutare” l’embrione in questo processo praticando un foro nella zona pellucida con l’ausilio del laser o di agenti acidi (assisted hatching, vedi scheda). Questa tecnica sembra dare vantaggi per quelle donne che hanno avuto ripetuti fallimenti in cicli assistiti.

Molto importante è anche lo stato dell’endometrio, sia in termini di sviluppo che di spessore. Prima dell’impianto l’endometrio deve presentare una struttura trilaminare, con uno spessore sufficiente (generalmente oltre i 6-7 mm, ottimo da 8 in su), anche se molti studi dimostrano che lo spessore non è un parametro così vincolante per l’ottenimento di un buon impianto.
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