Come avete accettato l'eterologa?
Inviato: 23 ott 2015, 15:30
«Nelle coppie dell’eterologa le donne sono le più dubbiose»
Si può tracciare un identikit delle coppie che decidono di sottoporsi alla fecondazione assistita eterologa? Lo abbiamo chiesto a Edgardo Somigliana, responsabile del centro di procreazione medica assistita della fondazione Ca’ Granda-Policlinico di Milano (ex-Clinica Mangiagalli).
«L’unico vero denominatore comune di queste coppie è che non vogliono fare l’eterologa. In base alla nostra esperienza in genere passa circa un anno e mezzo prima che accettino l’idea: è un percorso che ha bisogno dei suoi tempi. E del resto lo capisco, perché il primo a essere in difficoltà sono io che la devo proporre. Non è facile superare la percezione dell’importanza dell’ereditarietà genetica, anche se poi, ovviamente, si razionalizza e si mette a fuoco che l’ambiente fa la differenza».
Sono più gli uomini o le donne che hanno difficoltà ad accettare questa procedura?
«Di solito le donne, anche perché oggi per la fertilità maschile ci sono tecniche con cui si superano situazioni anche molto difficili. Le reticenze degli uomini, quindi, sono numericamente piuttosto rare».
Fra i problemi che si presentano nelle donne ci sono anche pentimenti a cose fatte?
«So di casi, ma solo riferiti, di rifiuto durante la gravidanza, con richiesta di abortire. Detto questo, quando si arriva ad avere il bambino in braccio quasi sempre tutto sparisce».
C’è un protocollo per verificare se una coppia è psicologicamente attrezzata per affrontare l’eterologa?
«No. Ma qui il problema secondo me è più mediatico. Con i progressi delle tecniche di procreazione assistita ormai si tende a trasmettere l’idea che si possa fare tutto e sempre. E noi invece ogni giorno dobbiamo chiarire che per le donne dopo i 40 anni non è facile avere figli. Una donna dovrebbe cercare di avere bambini fra i 20 e i 30 anni. La menopausa, in media, arriva a 51 anni e quindi la produzione di ovociti cessa (sempre in media) intorno ai 41 anni. Spiace, ma è la biologia a stabilirlo. Invece di propagandare l’eterologa in età avanzata bisognerebbe fare campagne per sottolineare questo concetto e mettere in grado le coppie giovani di avere figli».
Che cosa è cambiato nella vostra clinica dopo la riapertura alla fecondazione eterologa nel nostro Paese?
«Non molto. Per ora continuiamo a consigliare di andare all’estero alle coppie che hanno urgenza. Perché tutto diventi “reale” da noi ci vorrà probabilmente almeno un anno».
Un’ammissione sorprendente per chi lavora in un’istituzione prestigiosa come la sua.
«Il nostro ospedale è importante e ben organizzato, ma non siamo ancora strutturati per far funzionare subito e perfettamente tutto quanto necessario per le coppie che ci chiedono una soluzione rapida con l’eterologa. Se si parte bisogna partire bene».
Qual è il problema principale?
«In Italia i potenziali riceventi non mancano, ma mancano le donatrici di ovuli. Una donna che voglia donare i propri ovociti deve affrontare una procedura impegnativa».
Ma non si è detto che si sarebbero usati gli ovociti soprannumerari prodotti dalle stimolazioni ovariche su donne in trattamento per procreazione omologa?
«Gli ovociti sovrannumerari sono un incidente. Diciamo la verità: noi non dovremmo stimolare troppo le pazienti, però ogni tanto succede. Comunque non è detto che una donna sia disponibile a donare i propri ovociti, perché se non dovesse rimanere incinta potrebbe averne bisogno per evitare un nuovo ciclo di stimolazione. Fra l’altro di solito si tratta di donne che non sono molto giovani, e quelle che fra loro producono molti ovociti hanno magari la sindrome dell’ovaio policistico, e questi ovociti non sono sempre di alta qualità».
Come si può incoraggiare la cultura della donazione di ovociti?
«Non saprei. Ma anche in Paesi in cui la cultura della donazione è, in generale, molto sviluppata, come per esempio la Spagna, a donare sono di solito studentesse universitarie dietro compenso, stabilito per legge».
Non le sembra pericoloso? Oggi gli ovociti, domani un rene...
«Senz’altro il rischio di una deriva commerciale è da tenere presente e da prevenire, ma per donare gratis gli ovociti, assumendosi dei rischi, come magari un’infezione o un’emorragia, bisogna avere una forte motivazione. Possiamo scegliere se essere realisti oppure far finta che il problema non esista. Una situazione “tampone” in Italia ci sarebbe. Basterebbe consentire l’adozione degli embrioni congelati di cui non si può fare nulla. Il problema, anzi solo uno dei problemi, è che bisognerebbe rendere possibile la fecondazione eterologa doppia, cioè con entrambi i gameti provenienti da fuori della coppia, attualmente non permessa, per lo meno in Lombardia».
A proposito di Lombardia. Nella regione in cui lavora si dovrebbe pagare l’eterologa di tasca propria.
«Se si vuole adottare un bambino si spendono in media 30mila euro. È un percorso lodevole e molto difficile, anche rispetto alla fecondazione eterologa. Quindi il dilemma politico è: fra le spese che si devono coprire con il sistema sanitario ci devono essere anche quelle per l’eterologa? Oppure, per esempio, ci devono essere la psicoterapia o l’apparecchio ortodontico per i bambini? Io non lo so che cosa è giusto. Lascio ai politici le valutazioni. Basta che le scelte non siano ideologiche».
Si può tracciare un identikit delle coppie che decidono di sottoporsi alla fecondazione assistita eterologa? Lo abbiamo chiesto a Edgardo Somigliana, responsabile del centro di procreazione medica assistita della fondazione Ca’ Granda-Policlinico di Milano (ex-Clinica Mangiagalli).
«L’unico vero denominatore comune di queste coppie è che non vogliono fare l’eterologa. In base alla nostra esperienza in genere passa circa un anno e mezzo prima che accettino l’idea: è un percorso che ha bisogno dei suoi tempi. E del resto lo capisco, perché il primo a essere in difficoltà sono io che la devo proporre. Non è facile superare la percezione dell’importanza dell’ereditarietà genetica, anche se poi, ovviamente, si razionalizza e si mette a fuoco che l’ambiente fa la differenza».
Sono più gli uomini o le donne che hanno difficoltà ad accettare questa procedura?
«Di solito le donne, anche perché oggi per la fertilità maschile ci sono tecniche con cui si superano situazioni anche molto difficili. Le reticenze degli uomini, quindi, sono numericamente piuttosto rare».
Fra i problemi che si presentano nelle donne ci sono anche pentimenti a cose fatte?
«So di casi, ma solo riferiti, di rifiuto durante la gravidanza, con richiesta di abortire. Detto questo, quando si arriva ad avere il bambino in braccio quasi sempre tutto sparisce».
C’è un protocollo per verificare se una coppia è psicologicamente attrezzata per affrontare l’eterologa?
«No. Ma qui il problema secondo me è più mediatico. Con i progressi delle tecniche di procreazione assistita ormai si tende a trasmettere l’idea che si possa fare tutto e sempre. E noi invece ogni giorno dobbiamo chiarire che per le donne dopo i 40 anni non è facile avere figli. Una donna dovrebbe cercare di avere bambini fra i 20 e i 30 anni. La menopausa, in media, arriva a 51 anni e quindi la produzione di ovociti cessa (sempre in media) intorno ai 41 anni. Spiace, ma è la biologia a stabilirlo. Invece di propagandare l’eterologa in età avanzata bisognerebbe fare campagne per sottolineare questo concetto e mettere in grado le coppie giovani di avere figli».
Che cosa è cambiato nella vostra clinica dopo la riapertura alla fecondazione eterologa nel nostro Paese?
«Non molto. Per ora continuiamo a consigliare di andare all’estero alle coppie che hanno urgenza. Perché tutto diventi “reale” da noi ci vorrà probabilmente almeno un anno».
Un’ammissione sorprendente per chi lavora in un’istituzione prestigiosa come la sua.
«Il nostro ospedale è importante e ben organizzato, ma non siamo ancora strutturati per far funzionare subito e perfettamente tutto quanto necessario per le coppie che ci chiedono una soluzione rapida con l’eterologa. Se si parte bisogna partire bene».
Qual è il problema principale?
«In Italia i potenziali riceventi non mancano, ma mancano le donatrici di ovuli. Una donna che voglia donare i propri ovociti deve affrontare una procedura impegnativa».
Ma non si è detto che si sarebbero usati gli ovociti soprannumerari prodotti dalle stimolazioni ovariche su donne in trattamento per procreazione omologa?
«Gli ovociti sovrannumerari sono un incidente. Diciamo la verità: noi non dovremmo stimolare troppo le pazienti, però ogni tanto succede. Comunque non è detto che una donna sia disponibile a donare i propri ovociti, perché se non dovesse rimanere incinta potrebbe averne bisogno per evitare un nuovo ciclo di stimolazione. Fra l’altro di solito si tratta di donne che non sono molto giovani, e quelle che fra loro producono molti ovociti hanno magari la sindrome dell’ovaio policistico, e questi ovociti non sono sempre di alta qualità».
Come si può incoraggiare la cultura della donazione di ovociti?
«Non saprei. Ma anche in Paesi in cui la cultura della donazione è, in generale, molto sviluppata, come per esempio la Spagna, a donare sono di solito studentesse universitarie dietro compenso, stabilito per legge».
Non le sembra pericoloso? Oggi gli ovociti, domani un rene...
«Senz’altro il rischio di una deriva commerciale è da tenere presente e da prevenire, ma per donare gratis gli ovociti, assumendosi dei rischi, come magari un’infezione o un’emorragia, bisogna avere una forte motivazione. Possiamo scegliere se essere realisti oppure far finta che il problema non esista. Una situazione “tampone” in Italia ci sarebbe. Basterebbe consentire l’adozione degli embrioni congelati di cui non si può fare nulla. Il problema, anzi solo uno dei problemi, è che bisognerebbe rendere possibile la fecondazione eterologa doppia, cioè con entrambi i gameti provenienti da fuori della coppia, attualmente non permessa, per lo meno in Lombardia».
A proposito di Lombardia. Nella regione in cui lavora si dovrebbe pagare l’eterologa di tasca propria.
«Se si vuole adottare un bambino si spendono in media 30mila euro. È un percorso lodevole e molto difficile, anche rispetto alla fecondazione eterologa. Quindi il dilemma politico è: fra le spese che si devono coprire con il sistema sanitario ci devono essere anche quelle per l’eterologa? Oppure, per esempio, ci devono essere la psicoterapia o l’apparecchio ortodontico per i bambini? Io non lo so che cosa è giusto. Lascio ai politici le valutazioni. Basta che le scelte non siano ideologiche».